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Diario
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31 marzo 2013

abbracci

non sono abituata ad abbracciare la gente.
sto imparando a farlo da relativamente poco.
e mi rendo conto che ogni abbraccio, ogni persona che abbraccio, cioè, è diverso dagli altri.
abbraccio, troppo poco di frequente, la mia amica franci con la paura di farle male. mi sembra di sentire il rumore delle sue ossa che scricchiolano tra le mie braccia. per questo, forse, a volte, temo che il mio verso di lei possa sembrare un abbraccio poco sentito o sfuggevole. in realtà è paura di farle male. paura di esagerare. paura di essere controproducente.
la licia l'abbraccio mettendomi in punta di piedi, perchè lei è alta, grande e, se non ho i tacchi ma le ciabatte, devo guardarla dal basso in alto, allungare le braccia e alzarmi verso di lei. un po' come quando abbraccio l'ale, magari davanti alla macchinetta del caffè o come con la fulvia quando ci incrociamo di fretta e lei indossa la divisa.
con gigi più che abbracciarlo mi faccio abbracciare. lui sa di essere il mio abbracciatore di fiducia, quello che mi ha promesso dei bonus che io, nel corso della giornata, posso spendere alla bisogna. l'abbraccio con gigi non risponde esattamente a quello che provo o significa. a volte gigi è impacciato e irrigidito da qualche tipo di imbarazzo, ma lo sento molto ma molto più vicino di quello che mi passa nell'abbraccio. e mi va proprio bene così.
l'angela mi abbraccia con tutto il corpo. comincia da lontano, sorridendo (e già il sorriso è abbraccio) e allargando le braccia. il suo abbraccio mi contiene e mi consola. anche l'altra angela ha un abbraccio simile. tutte e due sono donne dal corpo accogliente e fiducioso.
poi ci sono gli abbracci via sms, con il mio amico m, che sono scritti su quell'accidente di touch screen in 140 caratteri ma sono veri e sentiti nè più ne meno delle braccia che evocano.
la lalli ha un abbraccio alla mia portata. siamo piccolette uguali, ci guardiamo negli occhi, ci capiamo al volo e ci abbracciamo sorridendo. lei aggiungendoci una buona dose di sangue romagnolo.
con il coinquilino sono perlopiù abbracci notturni, silenziosi, intimi, contenitivi, che riscaldano i piedi e il cuore e che, quando mancano, si fanno sentire. con lui, ogni domenica, c'è l'abbraccio di pace in quel determinato punto della messa che, improvvisamente, ha assunto un significato.
non ero abituata ad abbracciare, perchè vengo da una famiglia in cui ci si bacia e abbraccia molto molto poco.
niente di sbagliato o negativo eh, semplicemente è sempre stato così e basta.
ora, con l'età che avanza, sento però il bisogno di avere anche un contatto fisico con le persone a cui voglio bene.
credo di avere imparato da relativamente poco tempo, non più di cinque anni fa.
la nana era un bebè che aveva bisogno di contatto fisico. ha vissuto il suo primo anno di vita quasi continuamente abbracciata a me, rannicchiata in una fascia portabebè in cui lei passava il tempo mentre io facevo le mie cose. il nano non aveva questa esigenza, stava bene anche per conto suo. lei no. doveva continuamente abbracciarmi. e la fascia rispondeva a questo bisogno. poi c'è stato tutto il trambusto e ci sono stati dei giorni in cui non poteva non dico abbracciarmi, ma neanche vedermi, per evitare che gli effetti collaterali mi facessero male, giorni senza nessun abbraccio che, per fortuna, non hanno lasciato segni, perchè, probabilmente, avevamo un buon serbatoio e poi abbiamo recuperato. e anche ora ci abbracciamo appena possiamo.
mentre il nano allunga la mano per una carezza quasi per sbaglio e altrettanto devo fare io, magari la sera, mentre guardiamo qualcosa alla tele e lui è concentrato sullo schermo e io posso approfittarne senza che lui scappi, lei ogni tanto arriva e allunga le sue bracciotte da nana e mi dice che deve darmi un bacio e intanto ne approfitta per saltarmi in braccio e farsi abbracciare.
poi mi dice la frase che, temo, prima o poi mi porterà alla rovina, facendomi firmare cambiali per una macchina da fighetta o per una borsa all'ultima moda: "mamma, profumi di mamma".




permalink | inviato da billo il 31/3/2013 alle 15:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa

21 febbraio 2013

5 anni fa. era sempre giovedì.

la notte tra mercoledì e giovedì c'è l'eclissi di luna.
alle 2 mi sveglio, e alle 2 e mezzo, convinta che stia per cominciare, sveglio marco.
in realtà sarebbe stata solo un'ora dopo, così lui torna a dormire e io a leggere, anche se seno qualcosa che si muove nella pancia.
alle 3 e mezzo lo sveglio davvero e andiamo a vedere la luna.
sento come dei blandi dolori da inizio mestruazioni ma non voglio farci tanto caso, così mi rimetto a leggere e marco a dormire.
verso le 5 i dolori sono abbastanza ritmici ma molto leggeri, richi mi chiama nel suo lettino e stare un po' lì abbracciata a lui mi piace, anche se ho un po' il timore che si possano rompere le acque e, quando lui si riaddormenta per bene, torno nel letto.
dico a marco che forse è arrivato il momento e alle 6 chiamiamo sua mamma.
i dolori sono ritmici (ogni 10 minuti circa) ma molto leggeri.
sveglio richi, gli faccio fare colazione, lavaggi vari e gli diciamo che forse la sorellina sta cercando la finestrella per uscire, che quindi io e papà andiamo dal dottor sandro a vedere che vada tutto bene e che lui vada pure tranquillo a scuola.
lui va a scuola con la nonna, noi chiamiamo un taxi  e andiamo in ospedale, anche perchè, male che vada, alle 10 avrei comunque il controllo.
nel taxi ho sempre il timore che si rompano le acque e penso a richi.
arriviamo al ps dove certo non peccano di solerzia e la cosa ci fa abbastanza ridere, ridiamo anche del dottore che guarda me e altre due mamme in attesa un po' schifato e, infilando la testa in ambulatorio, dice che ci ci sono delle donne gravide in attesa...sarà poi lo stesso dottore che decide di ricoverarmi.
esce un'infermiera, mi chiede in che reparto dovrei andare e dice che spera che le cose vadano per le lunghe perchè il reparto è intasato....mi viene da mandarla a fanculo, con tutto il cuore. ma non lo faccio, perchè in fondo sono una signora. gravida, per giunta.
i dolori intanto continuano, sopportabilissimi ma ritmici.
mi portano in sala travaglio e mi attaccano il tracciato. sdraiata i dolori sembrano più radi e meno intensi...ma come???? ci resto male...e ci resto male quando una ostetrica non tanto simpatica mi visita e mi trova dilatata di neanche un dito.
sono pronta ad essere rimandata a casa, delusissima, ma il dottore di prima decide di farmi ricoverare.
l'ostetrica che mi fa la cartella è carina e, appena mi rimetto in piedi, i dolori ripartono, sempre a dieci minuti l'uno dall'altro ma sempre sopportabili.
in reparto arriva anche marco.
di nuovo sotto tracciato e di nuovo assenza di dolori e di nuovo gran delusione.
poi piano piano i dolori ripartono ma la macchina non li caga, cioè: non segnala contrazioni degne di nota. ma come????
per fortuna l'ostetrica non mi prende per pazza e mi slega dall'aggeggio.
è ora di pranzo e mangio, un po' di pasta al pomodoro e del purè.
continuano le domande per riempire la cartella e, stando in piedi e camminando, sento che i dolori aumentano di intensità.
in camera ci sono due neo mamme.
una sembra simpatica anche se bloccata dal post cesareo e dalla sciatica.
l'altra sciroccata totale, dice di aver partorito presto (alla 38ma settimana su 40 di norma) e di non aver comprato ancora niente, il marito che cerca di cacciare in bocca un ciuccio enorme al piccolo giovanni...lei, camicia da notte nera sexi e ciabatte con coniglietto di playboy, mi racconta le gioie dell'epidurale e dice che sono un mito perchè mi vede così tranquilla.
comunque la sciroccata sta per essere dimessa. meno male.
verso le 2 i dolori si fanno più intensi e io vado avanti e indietro dal bagno. mi sembra di stare meglio seduta sulla tazza.
sono molto forti a livello della schiena, chiedo a marco di farmi dei massaggi. lui è dolce, incoraggiante e mi aiuta come può.
l'altra mamma non rompe le scatole e io posso stare in bagno.
verso le 4 dico a marco che i dolori sono molto vicini e forti, che chieda se posso essere visitata.
andiamo nella stanza delle visite dove due ostetriche sono molto carine e, con i miei tempi, mi visitano.
sono già dilatata di 7 cm!!!!
sono così felice che mi viene da piangere...
e mi portano in sala parto.
ci sono due ostetriche molto carine, beatrice e stefania.
mi chiedono come chiameremo la bimba e mi chiedono sempre il permesso di fare qualsiasi cosa, compresa la rottura delle acque (il liquido era già sporco).
mi fanno stare in piedi, a differenza dell'altra volta, con marco che mi massaggia la schiena quando arriva la contrazione.
chiedo un clistere, perchè sento tanta pesantezza in fondo all'intestino, ma l'ostetrica dice che correrei il rischio di partorire in bagno.
dopo circa 45 minuti comicnio  a sentire il bisogno di spingere.
sento più che sensazioni alla vagina, il bisogno dietro, in fondo alla schiena, come se dovessi andare in bagno in maniera impellente.
le contrazioni sono forti ed efficaci e io comincio a spingere, spingere...per un tempo che mi sembra interminabile, ma sembra che non succeda niente.
mi sento tanto stanca per fortuna le ostetriche e marco vicino a me mi incoraggiano molto.
momento buffo. mentre spingo e dico qualcosa, mi parte uno sputino in direzione delle ostetriche ed io sono molto imbarazzata. marco mi fa notare che dal mio corpo sta uscendo di tutto e che lo sputino è il meno e la cosa ci fa abbastanza ridere.
ad un certo punto (dopo secoli) pare si veda già la testa piena di capelli.
io sono sollevata di essere a quel punto ma davvero stanchissima e forse perdo qualche contrazione.
mi spiegano come spingere e faccio rumori buffi con la bocca e marco ride.
spingo come una matta e sento bruciare...poco dopo sento la testa....vorrei che facesse come richi e sgusciasse subito fuori ma non è così.
servono altre 2 o 3 spinte per il corpo (e nel frattempo arriva anche il famoso professor franchina che mi aiuta a tenere una gamba raccolta sul corpo per darmi più forza) e finalmente è fuori. alle 17 e 59.
la bimba non piange e le aspirano un sacco di roba, ma avevo chiesto di non tagliare subito il cordone, quindi penso sia quello....
finiscono di aspirare e me la danno...e piange forte, ora.
ha tanti tanti capelli neri, un nasino buffo e sembra davvero una scimmietta.
me la tengo abbracciata per un pezzo, quando il cordone non pulsa più lo tagliano....marco mi bacia ma ho occhi solo per irene....che tutta sporchina sembra bruttina, povera, ma poi si rivela la bimba più bella del mondo.
quando provo ad attaccarla alla titta, ovviamente, non si tira indietro.
la amo ogni istante di più.




permalink | inviato da billo il 21/2/2013 alle 12:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa

15 febbraio 2013

il crogiuolo di mamme 2: la pizzata

 

Diciamo che anche questa è andata.
E non devo più pensarci.
E non devo più aspettare il momento con ansia.
Come col dentista: tolto il dente tolto il dolore.
Ma è stata faticosissima.
Ne sono uscita provata.
Fisicamente.
Mi riferisco alla pizzata di mamme, ovviamente.
L’altra  sera, invece che starmene a casina, accoccolata sul divano, ad accudire i figli che svomitacchiavano, a pungolare il coinquilino sul fatto che non è mai a casa, a placare gli animi degli amici che litigavano per questioni di principio ma, soprattutto, a guardare sanremo, malgrado il freddo, le intemperie e le stanchezze di una dura giornata di lavoro, mi sono rimessa le scarpe e ho raggiunto il meeting point per la pizzata.
All’inizio tanti sorrisi, tante carezze sulla schiena, tanti convenevoli.
Arrivano le pizze, la coca cola, la birra e bla bla bla.
Poi la mamma senza remore (eufemisticamente parlando) ha buttato lì la frase “oh ma allora delle maestre cosa dite?!?” e da lì si è un po’ scatenato l’inferno.
Ora non è mia intenzione farvi un verbale di quello che è stato detto e di quello che non è stato detto.
Sappiate solo l’oscar della mamma rompicoglioni è stato assegnato a chi non posso dirlo nel momento in cui taaa daaaaan ha tirato fuori dalla borsa i quaderni della figlia maggiore per dimostrarci che i nostri sono indietro rispetto al resto dell’umanità (di cui la sorella è un esemplare statisticamente rilevante).
N.d’a. : la sorella maggiore  in questione, che fa la quinta, a quel che pare è l’individua undicenne che, passando durante la ricreazione di fianco ai piccoletti li apostrofi, con faccia truce e tono minatorio, con epiteti tipo “deficienti” (il nano ne fa un’imitazione assolutamente paurosa).
Detto ciò, alla fine della pizza, alla fine del dibattito, alla fine di tutto, ho fatto il mio intervento sul cui senso vi ho già ammorbato in precedenza e mi hanno tirato una bella croce sopra.
E non sto dicendo per dire, ma con cognizione di causa, visto che ieri, una delle mamme dello zoccolo duro (quella fasulla più della classica moneta da 3 euro), vedendomi uscire dall’aula dove le maestre mi avevano consegnato la pagella del nano, ha interloquito con me con un dialogo veramente da cinema. Del tipo “ah ciaaaaaaoooo carissimaaaaaaaa!! Tutto bene? Hai poi parlato con le maestre? …[pausa]...ah…no, vero….tu sei una di quelle…..” (n.d’a. : porre particolare attenzione sui puntini di sospensione e sulla pausa).
Le ho risposto che effettivamente ero una di quelle, l’ho salutata e me ne sono andata, voltandole le spalle.
Ora sono qui, un po’ col magone un po’ incazzata. Che mi rimiro la mia bella lettera scarlatta cucita sulle spalle che le ho girato.
Me ne farò una ragione.




permalink | inviato da billo il 15/2/2013 alle 15:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa

9 febbraio 2013

il crogiuolo di mamme

Il crogiuolo di mamme si trova ogni giorno, due volte al giorno, fuori dalla scuola.

Mattina e sera.

Sera e mattina.

Tutti i giorni del calendario scolastico, dal lunedì al venerdì. Alle 8 e 30 la mattina e alla 16 e 30 il pomeriggio.

Il crogiuolo di mamme è composto sempre dalle solite mamme.

C’è la mamma che anche se ti vede una volte ogni morte di papa  ti saluta spalancando la bocca e chiamandoti “carissima” e schioccandoti due gran baci, uno per guancia.

C’è la mamma sportivona,che ti dà la pacca sulla schiena che tra un po’ ti ribalta.

C’è la nonna (mamma alla seconda, quindi a maggior ragione pilastro del crogiuolo di mamme) che difende sempre e in maniera incondizionata il nipote.

E così via.

Ma il minimo comun denominatore del crogiuolo di mamme è l’odio per le maestre.

Il crogiuolo odia le maestre e lo fa in maniera scientifica.

Alle festine di compleanno del sabato pomeriggio, il crogiuolo di mamme si isola e si mette in disparte. Se passi di lì per caso e chiedi di cosa stiano parlando di bello, ti dicono che stanno organizzando la prossima festa di compleanno, ma dicendo te lo nascondono con un gesto veloce e un po’ colpevole le agende e le biro.

Il crogiuolo di mamme, in realtà, sta organizzando un vero e proprio golpe per destituire (defenestrare?) le maestre.

Il crogiuolo di mamme, quello moderno, utilizza anche email e sms per meglio organizzare il golpe.

Parte una, di solito la più sfrontata, quella che parla sempre a voce incredibilmente alta ma sostiene che il motivo per cui la figlia a casa urla è che sente urlare le maestre. Dicevamo: parte una con una mail (scritta senza qualsiasi forma di cortesia o di saluto e scritta tutta in maiuscolo, ça va sans dire) e tutte le vanno dietro. Finchè una delle mamme appartenenti al nocciolo duro del crogiuolo decide che non è il caso di parlarne via email, ma bisogna vederci di persona, ovviamente al di fuori delle mura scolastiche  (qualcuno, in quelle occasioni, potrebbe decidere di mandare, ad esempio, un papà e il papà, si sa, destabilizza profondamente il crogiuolo di mamme). Quindi parte l’idea di una “pizzata di mamme”.

Parte la fase sms. In cui quella che ha preso in mano la situazione, manda millanta sms al minuto (uno a tutte le mamme con testo, più svariati vuoti perché, anche se motivata, l’organizzatrice si incasina comunque col cellulare) in cui si discute per decidere il giorno.

Dopo circa una settimana alla media di 25 sms al giorno, si decide il giorno e il luogo.

 

Al momento siamo a 3 giorni dalla dannata pizzata di mamme.

Diciamo che io, per motivi lavorativi posso evitare sia la mattina che il pomeriggio il crogiuolo di mamme, delegando di volta in volta il papà, la nonna o il postscuola.

Ma che ogni tantomi tocca e che comunque mi toccherà anche la pizzata.

 Oggi la mamma stakanovista del “carissimaaaaaaaa” mi ha baciata chiedendomi se sarei andata mercoledì sera alla pizzata. Le ho detto che per loro avrei rinunciato addirittura alla terza serata del festival di sanremo. La stakanovista mi ha guardata sguercia, non capendo se la stavo coglionando o se stessi palando sul serio.

 Purtroppo parlavo sul serio. Purtroppo mi toccherà rinunciare almeno alla prima parte della terza serata del festival di sanremo.

Ma, tengo a sottolineare (e lo farò anche in seduta plenaria, davanti al crogiuolo di mamme al completo), che se lo farò sarà solo perché mi preme tenere la parte delle povere maestre e, di conseguenza, dei nani.

Le maestre del nano fanno assolutamente quello che possono, non un mm di meno.

Il nano è in seconda elementare, in una classe con diversi casi umani (per sintetizzare) e quindi io non mi sento assolutamente di andare a sindacare su come svolgono il programma le maestre, sul fatto che la classe del nano è indietro rispetto alla seconda A e così via.

Sottolineerò anche il fatto che mi sono commossa (ripeto: commossa) quando il nano mi ha raccontato che il suo amico Mustafà gli aveva spiegato come si scriveva in arabo la parola “ciappetto”. Non solo per il fatto che mi pare commovente che il nano e Mustafà parlino della parola “ciappetto”, ma anche e soprattutto per il fatto che il nano aveva interagito con Mustafà, che Mustafà gli aveva spiegato che in arabo si scrive da destra a sinistra, con caratteri strani e un po’ buffi e così via.

La vera cosa che mi dispiace è che alla pizzata di mamme (e sempre al crogiuolo di mamme) non ci sarà la mamma di Mustafà e neanche la mamma di Ma Guo Iy perché le ringrazierei di quanto i loro nani stanno insegnando al mio nano e ringrazierei anche le maestre che rendono possibile questa cosa FONDAMENTALE (lo scrivo tutto maiuscolo, proprio come la mamma sfrontata) per dei nani in seconda elementare.

In occasione della dannata pizzata, mi premerà far sapere al crogiuolo di mamme che in seconda elementare è giusto tenere il ritmo del meno veloce. È giusto che i nani imparino la tabellina del 4 ma, prima e soprattutto, che capiscano che il vivere in una società implica varie cose, tra le quali il conoscere e il rispettare delle diversità, che non sono limiti ma fonti di arricchimento.

Mercoledì sera, in pizzeria, terrò il mio pistolotto al crogiuolo di mamme e poi me ne tornerò a casa, a vedere la terza serata di sanremo.

Tò mò.




permalink | inviato da billo il 9/2/2013 alle 11:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa

3 febbraio 2013

super amici

Ieri sera sono venuti a cena il super amico dell’ire, Luca,  e i suoi genitori, la Petra e Davide.

La Petra è altissima, magrissima, capelli lunghi, sinuosa come una modella.

Davide è il vecchio dell’alpe bulgneis, si è anche fatto crescere la barba per entrare meglio nel personaggio.

Sono una bella coppia. Lei sembra fargli da confine, dastaccionata, a lui che divaga e va oltre e sembra sempre sul punto di partireper molto lontano. Ma poi è qui che resta.

Sono una super mamma e un super papà oppure, più banalmente,hanno un super figlio.

Con loro ci siamo visti prima in pigiama che con i vestiti dafuori. Il che, nella vita normale non è poi tanto normale. Anzi: è piuttostostrano. Non ricordo esattamente quando e come, ma loro per noi e viceversa, daquando siamo entrati in quella specie di mondo di Oz stralunato, ci sono semprestati.

 La nana e Luca sono coetanei. Avevano malattie diverse, ma il succo era lo stesso: giorni di reclusione, un tubo in mezzo al petto, medicine che facevano male per poi (eventualmente) farli stare bene, isolamento, mascherine, pappe strane mangiate in sala giochi, dentro e fuori dalla pancia della balena stando attenti a non inciampare nel filo, attenzione la pompa suona bisogna attaccarla che è scarica, dobbiamo andare a fare la medicazione aspettateci qui eh, a che ora viene il tuo cambio, finalmente dorme sono sfinita e cose così.

Abbiamo un bel fardello di ricordi di quel mondo al contrario.

Mondo in cui si sovverte l’ordine naturale di tutto.

In cui l’attesa non è per un figlio che nasce (come, fino aquel momento, credevo fosse l’unica possibilità) ma anche per un figlio che se ne va. E se ne sono andati,di figli che noi e la famiglia del vecchio dell’alpe e della Petra avevamo incomune.

Perché un’altra gran stranezza di quel mondo è che tutti ifigli diventano figli di tutti, di una specie di branco che li vuole salvare,preservare, curare e riportare a casa. E a volte ci si riesce, ma a volte no.

E, inevitabilmente, ogni volta che ci vediamo, io e la Petra cominciamo a parlare dei figli che abbiamo perso e li ricordiamo e ci viene il magone e pensiamo a quei genitori più sfortunati di noi con cui magari un po’siamo rimasti in contatto, ma poi piano piano non li sentiamo più, ma restano nel cuore.

Poi di solito il vecchio ci cazzia, e ci urla di smetterladi parlare di quelle cose, che è finito quel periodo, che non dobbiamo pensarcie io per ammansirlo gli do del formaggio buono. Al vecchio dell’alpe, si sa,piacciono molto i formaggi buoni.

E si ride, si cazzeggia, si beve un grappino e abbiamo laprova che comunque si va avanti.

I nani scorrazzano per casa, si abbracciano e si fannoscattare foto.

Il nano grande attacca una gran tomella al vecchio su starwars e io e la petra torniamo a ricordarci del bimbo devastato da un tumore alcervello con la mamma tanto giovane.

Il coinquilino non dice niente, ma so che una parte di luivorrebbe dimenticare e basta, mentre un’altra parte deve tener ben presentetutto perché non si può semplicemente rimuovere.

Alla fine siamo comunque tutti molto rasserenati dallo stare insieme. Sopravvissuti ad un grosso naufragio, con ancora un po’ di strada da nuotare prima di arrivare sulla terra ferma, ma a buon punto.




permalink | inviato da billo il 3/2/2013 alle 20:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa

28 gennaio 2013

tracotanza

 

Sono tre giorni che non faccio altro che macchiarmi di hybris.
Tracotanza.
La hybris, che tradotto dal greco antico significa, per l’appunto “tracotanza”, era un peccato di cui rischiavano di macchiarsi gli antichi greci, umani,  quando, praticamente, invece di fare, stra-facevano.
E gli dei si incazzavano, non tanto dell’esito dello stra-fare, quanto proprio del concetto stesso dello stra-fare.
Come si permettevano questi poveri stronzi, MORTALI, di stra-fare? Potevano fare, al limite, e stando anche cagati. Gli unici che potevano stra-fare, esagerando molto spesso, erano gli dei stessi. E bona.
Nelle tragedie greche, quelle pese, il personaggio che si macchiava di hybris finiva sempre per pagarla in maniera pesante e spesso definitiva, questa tracotanza, portandosi avanti nel tempo,  a volte anche per generazioni , gli effetti nefasti della sua colpa.
Bè, a ‘sto giro è capitato che la sindrome premestruale di cui inesorabilmente soffro, mi stia facendo macchiare di tracotanza, hybris, in ogni cosa che faccio e che dico, ad ogni piè sospinto. E io temo un po’ per la mia stirpe, se devo essere onesta.
Ad esempio lo scorso week end.
Lo scorso week end sono stata in montagna. Ma non in montagna come chiamiamo “montagna” la magione estiva, a 120mt sul livello del mare dove sbolognamo i nani finite le scuole e io e il coinquilino facciamo avanti e indietro (e io nella mia macchina-isola-ecologica posso finalmente cantare a squarciagola tutte le canzoni che amo). Siamo proprio stati in montagna-montagna. Alpi. Monte adamello. Un tot di metri sul livello del mare, insomma.
C’era la neve e quindi ho deciso, inesorabile, di indossare nuovamente gli sci dopo circa 22 anni che non lo facevo.
Da ragazzina, infatti, è capitato che con la scuola andassimo tutti gli anni a fare la settimana bianca. E che, indossando gli sci per qualche anno consecutivo, mi ci divertissi pure.
Poi son passati gli anni, son passate le occasioni e non è mai più risuccesso fino a sabato scorso.
La giornata si presentava ideale.
Sole alto nel cielo sgombro di nuvole, temperatura perfetta per non sudare nella tuta, neve compatta ma non ghiacciata.
Arrivati al punto giusto, noleggiamo gli sci. Per i nani e per me.
Gli sci di adesso sono molto più corti di quelli di 22 anni fa e questo mi sembrava, moderna aruspice (tanto per restare nel classico), un ottimo auspicio.
Provo ad indossare il primo scarpone e riprovo una vecchia sensazione, tipo la madeleine di proust, per andare un pochino solo più avanti con la classicità. Il tipico sentore di circolazione che si blocca nel punto tra appena sotto il ginocchio e la metà del polpaccio e le dita del piede che si rattrappiscono. Ok, mi dia un numero più grande.
Intanto il nano si barda e, stupidamente, si toglie i guanti. Cade nella neve, gli si gelano le mani e dichiara indispettito: “io credevo che sciare fosse un sogno! Invece sciare è un incubo!” (anche lui ha predisposizioni verso il tragico, quasi quanto i nostri avi greci)
Superato anche questo impasse, ci rechiamo all’appuntamento con il maestro alan. Il maestro alan, a vederlo, più che un maestro di sci, sembra un maestro di salsa. Più che bresciano sembra cubano. Olè. Un altro ottimo auspicio. Anche se il maestro alan è destinato ai nani e non a me.
Si prende quindi  i nani e comincia a fare il suo lavoro.
Io comincio col mio, cioè devo provare ad indossare gli sci.
Dopo un po’ di tribolo, una specie di paolobelli locale che supervisiona il tapis roulant, chiamandomi con l’appellativo “signora” (cosa che già mi muove il sistema nervoso), si offre di aiutarmi. Sorvolo sul signora e gli permetto di agganciarmi gli scarponi agli sci, spiegandogli che sono più di 20 anni che non scio e bla bla bla.
Salgo sul tapis roulant e scendo.
Salgo e scendo.
Salgo e scendo.
E penso, tra me e me, che lo sci è proprio uno sport divertente, che è proprio come andare in bicicletta e che sono proprio portata.
Dopo un altro tapis roulant e una discesa fatta in grande scioltezza, prendo la decisione di avventurarmi sulla seggiovia, per poi scendere lungo la pista rossa.
Chiedo consiglio al mio amico eliarossi, il quale, in soldoni, mi dice di fare un po’ come cazzo mi pare, ma che comunque lui sarebbe venuto con me, malgrado il suo mal di schiena.
Ci avviamo alla seggiovia incrociando il maestro alan che ci guarda un po’ stupito e chiede ad eliarossi se è proprio sicuro di farmi fare la seggiovia. Non lo guardo neanche, sprezzante (inserire qui un lieve sentore di hybris) e salgo sulla seggiovia.
Mano a mano che si avvicina alla meta, mi assale il leggerissimo dubbio di non sapere scendere al momento giusto. eliarossi mi rassicura, ma io ci vedo giusto. e perdo il momento giusto. quindi sto quasi per fare il giro di seggiovia verso la discesa quando un’ altra specie di paolobelli bresciano ferma tutto l’ambaradan e mi dice di scendere subito. Guardo sotto di me e ci sono almeno due metri, che mi sembrano l’abisso. Il primo degli abissi della giornata, aggiungo ora, a posteriori. Il poveretto allora si fa carico (non solo metaforicamente) della situazione e mi sbaracca di peso  giù dalla seggiovia.
Ok. sono pronta.
Guardo a valle e mi chiedo se non ho per caso esagerato volendo provare la pista rossa.
La hybris pervade ogni cellula del mio corpo. Sento che gli dei stanno scrivendo un triste destino per la mia stirpe, il sangue del mio sangue.
Per fortuna eliarossi spezza tutto questo circolo vizioso di sensazioni epiche e si rende subito disponibile sciando all’indietro e spianandomi la strada.
Il mio spazzaneve, in un parola sola e povera ma molto evocativa, fa CAGARE e io, ben presto, capisco che è meglio togliermi gli scarponi e superare il muro di neve a piedi, con eliarossi che mi aspetta in fondo.
Sentendomi un misto tra walter bonatti, rutherford al polo sud e ambrogio fogart che forse è finito anche per mangiare il suo compare per sopravvivere,  mi avvio verso il piano.
Arrivo da eliarossi, sempre estremamente rassicurante, devo dire, e decido di riagganciare gli sci perché “la stradina” mi pare alla mia portata.
Peccato che “la stradina” sia inesorabilmente costeggiata da un lato dalla montagna e dall’altro dal gran burrone o forra spaccata o come cavolo volete, ma comunque un posto ben pericoloso in cui cascare con gli sci ai piedi. Parliamo di almeno un metro e mezzo di dislivello coperto di neve fresca, insomma.
Quindi ho un altro momento di sconforto da superare prima di ritrovare energie e coraggio per l’ultima parte della discesa.
Dove il nano, con faccia un po’ saccente mi chiede “ma come mai hanno fermato la seggiovia?!?” e dove il maestro alan, sempre rivolgendosi a eliarossi, dichiara che mi aveva vista scendere a piedi, ridendo.
Alzando gli occhi al cielo mi pare di vedere gli dei che ridacchiano sulla cima del monte adamello.
Per fortuna un buon menù dello sciatore (meritatissimo) da 5/6mila calorie (meritatissime) mi aspetta al rifugio.




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14 gennaio 2013

una vita fa

Venerdì mattina.

La sveglia suona alle 6 e mezzo. Mi alzo, non devo neanche fare colazione.

Ci prepariamo, marco tira su il letto. Siamo silenziosi. Chiamo il taxi. In 3 minuti arriva. Intanto scendiamo.

L'aria è un po' tesa, per fortuna l'autista sembra taxi driver e comincia a chiacchierare. Ci rende partecipi di un sacco di teorie, come di quella che prevede la creazione di una lingua universale, con un centinaio di parole indispensabili alla sopravvivenza, perché lui con i clienti stranieri, certe volte proprio non riesce a capirsi. Come con le tedesche che dalla stazione si sono fatte portare all'albergo di fronte, o con la cinese a cui lui mimava un aereo, lei diceva di sì, lui l'ha portata all'aeroporto mentre doveva andare in fiera. Non me la sento di parlargli di esperanto e del fatto che la sua idea l'aveva già avuto qualcun altro prima.

L'atmosfera si fa comunque un po' più rilassata. Finchè arriviamo all'ospedale.

Immaginavo quel momento molto diverso. Con me con i dolori, dopo aver passato le ore in casa a farmi the e docce copiosi, invece…mi sembra quasi di dovermi andare a togliere le tonsille. Un po' mi sento delusa/triste.

Arriviamo, ci dicono di aspettare e poi una ostetrica carinissima (che avrò modo di conoscere meglio più tardi) e con una calligrafia veramente ordinata, mi fa un sacco di domande utili al ricovero. Mi fanno un prelievo, mi fanno fare pipì nel solito scatolino e mi assegnano la camera. Ci sono 3 letti, ma sono sola. Mi metto in camicia da notte (troppo sciura) e comincia la lotteria dell'acquasantiera. Nel senso che cominciano a visitarmi, il dottore un po' giandone, circondato da specializzande più o meno esperte, tra cui la tardona (quella che ha ammesso di averci messo 3 anni ad entrare in specializzazione…). Tutti lì a sentire com'è il mio collo dell'utero, com'è la cervice, com'è questo e com'è quello…il responso è implacabile: tutto molto indietro. Il dottor giandone allora decide di cominciare con l'applicazione del famoso gel…ma ha un'intuizione, rivelatasi poi brillante: cominciare con la dose da cavalli per poi scendere. Cerco di fare una battuta, dicendo che farò da cavia, il dottor giandone ride, la tardona non smentisce il suo soprannome e si affretta a dire che sono molti i casi contemplati in letteratura….uff…che noiosa. Mi sparano 'sto gel. Arriva l'ora di pranzo. Io mangio perché ho fame. Intanto sento giù di là un leggerissimo torpore, ma niente di che…verso le 13 e 30 il torpore si fa più intenso. Dolore da mestruazione, curabile con un moment. Poi…è un crescendo, due moment, tre moment, quattro moment e un aulin. Poi non so neanch'io, mi trovo piegata in quattro tipo origami attaccata alla spalla del povero coinquilino che non sa che pesci prendere. Ogni tanto mi costringono a fare un tracciato, ma sdraiata sto troppo male, le ostetriche sono carine e cercano di rincuorarmi, anche se non possono, per contratto con madre natura, fare più di tanto per i dolori che diventano sempre più intensi e ravvicinati. Il coinquilino mi ricorda che ogni contrazione è una in meno che devo sopportare…ma non mi convince tanto. Il tracciato è anche un po' deludente: il cuoricino del bimbillo va bene, ma le contrazioni non sembrano neanche così valide…poi si scopre che è la macchina ad essere un cesso e non io ad essere una pazza furiosa…meno male, almeno questo. Penso proprio che non ce la farò a continuare, sbatto anche la testa contro ad uno spigolo…scena che, in un altro momento, avrebbe fatto ridere il coinquilino di gusto. L'occhio mi cade sul titolo del giornale che parla di fecondazione assistita, e dico che sono pazze a volersi far fecondare (unica vera grossa sciocchezza che dico durante tutto il travaglio, a parte quando maledico quella gran zoccola di eva…"donna partorirai con dolore…"). Verso le 8 di sera (non so come ho fatto ad arrivare a quell'ora) mi rivisitano. Sono dilatata di 3 o 4 cm…mi viene un colpo, io pensavo di essere già alla fine…ma l'ostetrica lungimirante decide che mi possono portare in sala parto (e non ho ancora capito se la sala parto era su o giù di un piano…so solo che mi ci hanno fatto andare a piedi e mi sentivo troppo uno zombie uscito dal video di michael jackson). In sala parto il coinquilino non entra subito. Lo fanno aspettare e io sono piegata e urlo. Arriva una sciura di una certa età che mi cazzia subito e mi dice una cosa che potrebbe avermi detto mia mamma, cioè che se tutti urlassero a quel modo ci sarebbe un gran pandemonio, quindi non dovevo farlo. Subito le ho dato della nazista, ma a posteriori capisco che, se non le avessi dato retta, mi sarei ulteriormente stancata per niente. E non sarebbe stato il caso, visto la fatica che mi aspettava.

La sciura decide che mi fa un clistere. L'idea all'inizio mi sembra ottima se non altro perché così posso staccarmi da quel monitoraggio e alzarmi in piedi e stare un po' in piedi in bagno…anche se poi devo subito sedermi per ovvie ragioni di clistere….ma subito dopo cerco di perdere un altro po' di tempo in piedi in bagno…poi devo tornare perché sento che ho bisogno di spingere e non per il clistere. Il coinquilino nel frattempo è stato fatto entrare e sembra quasi gorge clooney al tempo di ER, con un buffo camice azzurro…

E lì comincia il bello. Sento di dover spingere e credo che la sciura mi cazzi perché non è ancora il momento, poi mi cazzia perché non lo faccio per bene e il coinquilino si becca pure qualche morso nella mano…ma è bravo e non urla, che poi la sciura cazzia pure lui.

Continuo a spingere, tra cazziate ed incoraggiamenti, finchè vedo che modificano il lettino…tipo goldrake che si trasformava tutto, da lettino normale, diventa una specie di cavallo con maniglie più staffe ginecologiche e la cosa mi fa ben pensare. Dopo qualche altra spinta, la sciura si consulta con una dottoressa piuttosto sgodevole, per la verità, e mi cacciano una flebo. La voglia di spingere diventa ancora più forte e il tempo per farlo ancora più lungo. In ogni contrazione faccio tre spinte. La sciura dice al coinquilino di tenermi una gamba, mentre lei mi tiene l'altra. Ogni tanto mi cazzia per come spingo male, ogni tanto mi dice che vado bene….sento qualcosa di pesantissimo e grossissimo laggiù…pare che ci siamo quasi. Ad un certo punto mi accorgo che c'è della gran gente e del gran trambusto, cominciano a modificare ancora il lettino goldrake e tirano fuori panni verdi…il coinquilino è ancora lì che tiene la gamba e pare che la testina del mio bimbillo stia per sbucare fuori…quasi non faccio in tempo ad accorgermene che in un secondo esce la testa e poi sguishhh tutto il corpicino del bimbillo…non lo sento piangere e un po' mi preoccupo e chiedo subito…ma dopo un secondo sento la sua voce…ed è bellissima. Lo avviluppano in un telo verde e me lo danno in braccio ed è caldino, e smette di piangere e profuma già di buon bimbillo anche se è tutto sporco. E ha delle manine meravigliose e dei piedini giganti e ha gli occhioni aperti e mi guarda e ci innamoriamo subito perdutamente l'uno dell'altra. Il coinquilino è lì con noi e ci sorride e ci bacia ed è uno dei momenti più belli della mia vita…e ancora non so che ce ne saranno altri ancora più belli nel corso della notte. Dopo non so quanto tempo devono fare il bagnetto al bimbillo e il papà va con lui. Nel frattempo credo che la sciura mi abbia dato anche quei 3 punti, ma non ho più sentito niente e se cerco di ricordare i dolori che avevo solo un'ora prima davvero non so farlo. E mi si stampa sulla faccia un sorriso idiota che mi terrò fino al mattino dopo.

Entra il dottor green (quello che aveva accettato il mio ricovero), sorridente come sempre e mi fa i complimenti per il bambinone…gli chiedo se sta bene e quanto pesa e lui va ad informarsi…3 chili 915 grammi…'mazza!!!

Non vedo l'ora che me lo riportino, e lo fanno, insieme al papà che, si vede, è proprio soddisfatto…il bimbillo ora guarda solo lui…va bhè…

Poi torna la sciura e mi chiede se voglio provare  ad attaccarlo alla titta….ovvio che sì. E il bimbillo non si fa pregare. Si attacca subito e succhia…e via con un altro dei momenti più belli della mia vita.

 




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8 gennaio 2013

il bastone

 

È da un po’ che uso un’espressione che, a mio modesto parere, è quantomeno geniale.
“toccare con un bastone”.
Anzi, per essere precisi: “non toccare neanche con un bastone”.
Anzi, per essere ancora più precisi “tizio caio è ben bellino eh? Ma non lo toccherei neanche con un bastone”
Secondo me il senso è chiarissimo. Ma perderò 5 minuti per spiegarvelo meglio.
Non sono mai stata una bambina di campagna. Come molti bambini, per un certo periodo, ho avuto i nonni che abitavano in campagna, ma ero piccola e non ci andavo spesso. Mi ricordo solo una gran puzza dentro la stalla e il culo enorme e rosa di un maialone che mia nonna si affannava a spingere dentro la sua casetta ogni tanto. E qualche gatto. Nella mia testa c’era un gatto bianco e un gatto nero ma, francamente, è un ricordo troppo stiloso per pensare che possa essere vero, quindi potrei molto facilmente averlo rielaborato per conto mio in età adulta.
Non sono neanche mai stata una bambina da cortile. Cioè: avevo un cortile, dietro casa, ma era territorio dei “drogati” quindi ci andavo rarissimamente.
Ma ho idea che se fossi stata anche minimamente bambina di campagna o di cortile, avrei sicuramente tormentato le lucertole, come fa mio figlio (un pochino più di campagna e sicuramente più da parco di me) adesso.
Solo che lui le tormenta a mani nude, piccolo bambino alfa. Io credo che, tutt’al più, l’avrei fatto con un bastone.
Perché a me le lucertole, come tutte le bestie troppo vicine alla categoria “insetto” schifano proprio.
Quindi sicuramente non le avrei toccate con le mani. Ma, appunto, lo avrei fatto con il suddetto bastone in quanto strumento adatto a mantenere le distanze tra me e l’oggetto del mio (schifiltoso) gioco.
Bastone che non userei per categorie umane specifiche.
Ora, fatico ad enumerare una serie di categorie di esseri umani che non toccherei neanche con un bastone.
Diciamo che ci sono esemplari in particolare della categoria a cui non riserverei NEMMENO questo trattamento.
Il colmo è, come specificato all’inizio, quello di, diciamo, tizio caio. Che è un essere umano maschile bellino eh? Ordinatino, pulitino, profuma tino e con dei bei modini. Ma che, a dar retta a me, non verrebbe nemmeno sfiorato con un attrezzo lungo e atto a mantenere le distanze come, appunto, un bastone.
Ci sono giorni in cui mi sento circondata da esemplari di tizio caio.
Oggi mi sa che è uno di quelli.
Ecco.




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5 dicembre 2012

piccola meditazione serale

 

Stasera vorrei spezzare una lancia, possibilmente in maniera netta, ben piazzata e proprio nel punto preciso equidistante da entrambe le scapole, sulla schiena di una tizia che mi ha fatto compagnia sabato pomeriggio, mentre, proprio come lei, preparavo la cena per i nostri amici (cioè la famiglia thelma & eliarossi & figli).
La tizia ha un nome incomprensibile e impronunciabile, anche se è italiana (wikipedia docet).
Ha un cognome nobile. Forse. A me suona nobile, insomma.
Ed è insopportabilmente spocchiosa. E azzimata. E figadilegno. E malgoduta.
Per spiegarmi meglio, cito le sue testuali parole da una rubrica per spocchiose che, ahimè, ho scoperto tiene su una rivista da cesso a cui io stessa sono abbonata:
  “Preparare la casa per le feste non significa solo sistemare gli addobbi e fare l’albero, ma anche prepararla a ricevere in modo caldo e familiare gli ospiti. Che non vengono da noi solo “per mangiare bene” ovviamente, ma anche per condividere con noi lo spirito delle feste e del Natale: un momento di riunione della famiglia che passa, indubbiamente, per la tavola.
Una volta, due anni fa, ho fatto un esercizio simpatico prendendolo alla lettera da un libro che stavo leggendo e – con me – ha funzionato. Nulla di difficile, né di lungo da fare. Perfetto per una domenica pomeriggio, come oggi. Ma anche per qualunque sera della settimana. L’esercizio consiste nel guardare la propria casa come se fosse quella di un’altra persona. Sembra una cosa buffa, lo so, ma ha la sua base pratica. Quando entriamo in casa d’altri per la prima volta, innegabilmente, ci formiamo una prima opinione delle persone che abitano tra quelle mura. Dunque, fai il giro dell’isolato, scendi a portare il cane a fare una passeggiata, vai a prendere un caffè o semplicemente concediti 15 minuti di aria aperta per liberare la mente dalle immagini acquisite e “salvate su disco fisso nella tua mente” relative a casa tua. Al rientro, apri la porta e guarda la tua casa come se non fosse tua. Annusa l’aria. Ti piace? Guardati intorno. Cosa vedi?  Un luogo accogliente dove desiderare di passare del tempo o un luogo disordinato? Dove vorresti sederti? Quale stanza ti piace di più?”
 (il grossetto sottolineato è mio, ovviamente).
Porrei subito l’accento sull’espressione “spirito delle feste di Natale”, su cui, in fondo, ho ben poco da dire, se non il fatto che alla terza riga di testo siamo già alla fiera delle banalità (che va bè, del resto anche il fatto che gli amici vengano “non solo per mangiare bene” non è certo un concetto innovativo).
Ora passiamo all’ “esercizio simpatico”. Simpatico cosa, cazzoboia?!? Un simpatico esercizio! Ma certo. Sentiamo l’esercizio simpatico, che così presentato ha già un’aura di minchiata che la metà basterebbe.
Per fortuna la nostra amica ci rassicura subito “nulla di difficile né di lungo da fare”. Ah! Meno male…Possiamo tutti tirare, all’unisono possibilmente, un sospiro di sollievo. Trattasi di esercizio “perfetto per una domenica pomeriggio, come oggi. Ma anche per una qualunque sera della settimana”. Probabilmente intende una domenica pomeriggio in cui, non avendo un cazzo da fare, e avendo voglia di fare un cazzo, si decide di stare in tuta tutto il giorno, passando dal divano al letto, dandola vinta ai nani e al coinquilino su qualsiasi cosa/richiesta pur di non sentirli urlare/piangere/lamentarsi. Quando, cioè, come pranzo domenicale, si decide di chiamare una pizza da asporto a pranzo e, come cena domenicale, si opta per un’altra pizza da asporto, perché davvero non si ha voglia di muovere neanche un cucchiaino da thè.
Per quel che riguarda la qualunque sera della settimana, la nostra amica intende sicuramente una qualunque sera in cui non si ha la forza neanche di togliersi il mascara dagli occhi dalla stanchezza e si stramazza addormentate sul letto, possibilmente vestite, dopo aver cucinato/dato da mangiare ai nani/discusso su quanti capitoli di geronimo stilton si leggono/rabboccato più volte le bottiglie dell’acqua/urlato al coinquilino di scollarsi dalla tazza del cesso dove sta leggendo un numero di 3 o 4 settimane prima del già citato giornale da cesso perché entrambi i figli hanno la cacca/urlato per mezz’ora la minaccia peggiore che una mamma possa immaginare per costringerli ad inchiodarsi nel letto e almeno fingere di dormire. Ecco, una sera qualsiasi di queste, direi che siamo pronte per procedere al simpatico gioco che ci propone la nostra azzimata amica figadilegno.
Il giro dell’isolato (devo attraversare il passaggio a livello o no? Passare lungo la cancellata dei giardini dei tossici o no? Attraversare il crocchio di umarells che stazionano davanti al barazzo o no?) serve a concedersi 15 minuti di aria aperta per liberarsi delle immagini acquisite, insomma.
Le mie  immagini acquisite di solito riguardano lo zaino pieno di ruscaglia del nano (compreso di un astuccio completamente sprassolato in cui al posto giusto forse c’è solo il pennarello grigio mentre tutto il resto è buttato alla rinfusa), la maglia piena di padelle della nana, ma è l’unica che vuole mettere per andare a scuola e se gliela lavo nottetempo la mattina, con tutta ‘sta umidità, col cazzo che è asciutta quando deve mettersela e quindi, per evitare al resto della famiglia (io millanto di voler arrivare a lavorare presto per organizzarmi meglio la giornata, in realtà quello a cui aspiro è solo smollare l’onere della preparazione dei nani ad altri) le urla belluine della nana contrariata per non indossare la sua maglia preferita, gliela si lascia indossare per settimane se non mesi. Altre immagini varie possono riguardare i cessi luridi dell’aeroporto, la fotocopiatrice inceppata, il collega isterico e altre amenità equivalenti, a seconda.
Ah no. Dovevo liberarmi delle immagini acquisite relative a casa mia. Ma ormai ho liberato la mia mente di tutte le altre immagini di cui sopra e non ho la forza per passare alle altre.
Quindi passo direttamente alla domanda diretta: “Guardati intorno. Cosa vedi?  Un luogo accogliente dove desiderare di passare del tempo o un luogo disordinato? Dove vorresti sederti? Quale stanza ti piace di più?””
Mi guardo intorno. Cosa vedo? Cosa vedo eh? Vedo un aerosol fatto a metà in bilico sul mobiletto perché la nana ha deciso che farlo tutto la annoiava. Vedo due scatole dell’ikea appena comprate già piene di cianfrusaglie. Un tavolino basso di uno strano tessuto tipo velluto marrone anni 70 con ripiano in vetro (che un giorno cederà sotto il peso della nana che ci fa la cubista sopra) pieno di altre cianfrusaglie. Un divano di seconda mano che ha l’angolo storto rispetto all’angolo della nostra sala, cioè: comunque lo si volti o ha un lato in mezzo alla stanza o un lato sotto alla finestra e davanti al termosifone (dove non rischiamo più l’effetto pastorizzazione solo perché l’estate scorsa abbiamo speso una cifra imbarazzante per rifare gli infissi delle finestre ed evitare così gli spifferi, effetto siberia, che ci segavano il collo nelle dolci serate invernali). Anche il divano è pieno di cianfrusaglie, ça va sans dire, quindi lo escluderei subito dal posto in cui vorrei sedermi. Anzi: in cui potrei sedermi. Ci sono anche diverse pile di CD, DVD e VHS (sì, VHS e allora?) in equilibrio più che precario di fianco alla tv. Vedo, tutto intorno alla tv, anche fili annodati di robe da play station. E uno scatolone di pennarelli/matite/pennarelli senza tappo/matite senza punta.
Potrei andare avanti così per ore con altre immagini di particolari di cui avrei dovuto liberarmi.
Ma devo rispondere alla tua domanda, cara amica azzimata nonchè figa di legno.
È un luogo dove desiderare di passare del tempo?
Sì sì, è proprio un luogo in cui desidero passare del tempo, IL luogo in cui desidero passare del tempo, praticamente sempre.
Sempre quando non desidero scappare alle Maldive, da sola, per almeno 15 giorni, nel silenzio più assoluto e in condizione di inerzia totale, sotto al sole, sorseggiando succo di ananas fresco, senza neanche voler fare lo sforzo di leggere la rivista da cesso che ci arriva settimanalmente (con almeno 5 giorni di ritardo rispetto alla sua uscita in edicola) a casa.
Oh.
 




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2 dicembre 2012

amici

Ieri è venuto a passare un pomeriggio da femmine il mio amico eliarossi.

Da femmine perché ha portato i suoi nani a giocare con i miei, ha portato i pasticcini, ci siamo fatti un the e abbiamo fatto un mucchio di chiacchiere. Tutte cose un po’ da femmine, insomma.

Eliarossi è uno dei pochi amici veri maschi che mi sono fatta (non in senso biblico) in età adulta.

Forse l’unico altro è gigiricchi, ma la nostra amicizia è un po’ diversa, basti pensare a tutte le volte che gigiricchi mi ha vista entrare nel suo ufficio con il mento tremante da “Houston-abbiamo-un-problema”.

Con eliarossi l’amicizia è più goliardica, quasi alla pari, cromosomicamente parlando.

Dico che in età adulta mi sono fatta (non in senso biblico) pochi amici maschi in senso comparativo rispetto all’età non adulta.

Da adolescente avevo più amici maschi che femmine, di cui un buon 80% erano maschi che mi sarei fatta in senso biblico (se solo ne avessi conosciuto il significato) e che invece mi rifiutavano.

Da quel punto in poi, di solito, nascevano delle belle amicizie, alcune delle quali proseguono anche oggi, con soddisfazione di entrambi le parti.

In età adulta, invece, ho cominciato ad apprezzare maggiormente le amicizie femminili, creandomene anche di nuove, fenomeno che ritenevo pressoché impossibile in teoria.

Detto questo: eliarossi è uno dei miei pochi relativamente nuovi amici maschi.

È anche il marito della mia amica thelma (http://billo.ilcannocchiale.it/2012/02/27/thelma.html) e forse questo significa qualcosa, ma forse no. Non lo so.

Eliarossi è un uomo in carriera, ma non lo diresti, neanche quando transita per l’aeroporto tutto bardato da uomo in carriera ma ti racconta di uno scherzo bellissimo che ha in mente di fare a sua moglie ridacchiando come un ragazzetto.

Ha un lavoro importante, lavora per un’istituzione importante che sta per abbandonare per motivi vari, anche molto seri, ma lui ti racconta che lo fa solo per avere un mese sabbatico in cui, semplicemente, CAZZEGGIARE. Eliarossi non dovrà mai raccontare della sua carriera scolastica e universitaria ai suoi e ai miei figli prima che questi siano laureati e abbiano trovato un lavoro serio. Se lo facesse gli fornirebbe degli alibi indistruttibili per autorizzarli a cazzeggiare. E, socialmente, non ce lo possiamo permettere.

Eliarossi è una specie di grande lebowsky mascherato da uomo in carriera. Ma non fa niente per nascondere la sua vera natura eh? Solo che tutti quanti credono di più all’apparenza che alla sostanza (sigh).

Con eliarossi ieri abbiamo capito che il suo, come il mio, lavoro è un discorso piuttosto fumoso, che facciamo fatica a spiegare agli altri anche se gli altri, spesso, credono (più lui di me, a dire il vero) che le nostre occupazioni siano importanti e ci abbiano destinato ad una vera e propria ascesa sociale.

Di me pensano che io abbia un lavoro “serio” sicuramente per le quantità di tempo che vi dedico, per l’impegno che sentono ci sto mettendo e perché, almeno una volta ogni tre giorni, mi sentono dichiarare di essere lì lì per venire licenziata, per averne combinata una grossa.

Credo che questo sia, agli occhi dei più, il dato fondamentale che fa pensare al mio come ad un lavoro serio.

In realtà è un lavoro molto più serio quello del coinquilino che, anche se non ho ben capito fino in fondo come, crea fisicamente delle cose, al contrario mio e di eliarossi.

Che poi questo dare più peso al fumo che all'arrosto è caratteristica prettamente adulta.

Per dire, anche l’ammirazione fanciullesca della nana nei confronti del mio lavorare in aeroporto è finita più o meno allo scoccare dei suoi tre anni e mezzo.

Fino a quell’età lei, soggiogata, senza saperlo, da una specie di sineddoche che le faceva pensare che io, lavorando all’aeroporto, fossi la signora e padrona di tutti gli aerei del mondo, ogni volta che vedeva la scia di un aereo nel cielo dichiarava che quello era “uno degli aerei della mamma”.

Ora, a quattro anni e mezzo,  l’unico apprezzamento riguardo al mio lavoro da aeroportuale lo fa quando alla tele passa la pubblicità della calzedonia piena  di hostess (http://www.youtube.com/watch?v=DWnuWxtTVH0&feature=related)




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