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28 gennaio 2013

tracotanza

 

Sono tre giorni che non faccio altro che macchiarmi di hybris.
Tracotanza.
La hybris, che tradotto dal greco antico significa, per l’appunto “tracotanza”, era un peccato di cui rischiavano di macchiarsi gli antichi greci, umani,  quando, praticamente, invece di fare, stra-facevano.
E gli dei si incazzavano, non tanto dell’esito dello stra-fare, quanto proprio del concetto stesso dello stra-fare.
Come si permettevano questi poveri stronzi, MORTALI, di stra-fare? Potevano fare, al limite, e stando anche cagati. Gli unici che potevano stra-fare, esagerando molto spesso, erano gli dei stessi. E bona.
Nelle tragedie greche, quelle pese, il personaggio che si macchiava di hybris finiva sempre per pagarla in maniera pesante e spesso definitiva, questa tracotanza, portandosi avanti nel tempo,  a volte anche per generazioni , gli effetti nefasti della sua colpa.
Bè, a ‘sto giro è capitato che la sindrome premestruale di cui inesorabilmente soffro, mi stia facendo macchiare di tracotanza, hybris, in ogni cosa che faccio e che dico, ad ogni piè sospinto. E io temo un po’ per la mia stirpe, se devo essere onesta.
Ad esempio lo scorso week end.
Lo scorso week end sono stata in montagna. Ma non in montagna come chiamiamo “montagna” la magione estiva, a 120mt sul livello del mare dove sbolognamo i nani finite le scuole e io e il coinquilino facciamo avanti e indietro (e io nella mia macchina-isola-ecologica posso finalmente cantare a squarciagola tutte le canzoni che amo). Siamo proprio stati in montagna-montagna. Alpi. Monte adamello. Un tot di metri sul livello del mare, insomma.
C’era la neve e quindi ho deciso, inesorabile, di indossare nuovamente gli sci dopo circa 22 anni che non lo facevo.
Da ragazzina, infatti, è capitato che con la scuola andassimo tutti gli anni a fare la settimana bianca. E che, indossando gli sci per qualche anno consecutivo, mi ci divertissi pure.
Poi son passati gli anni, son passate le occasioni e non è mai più risuccesso fino a sabato scorso.
La giornata si presentava ideale.
Sole alto nel cielo sgombro di nuvole, temperatura perfetta per non sudare nella tuta, neve compatta ma non ghiacciata.
Arrivati al punto giusto, noleggiamo gli sci. Per i nani e per me.
Gli sci di adesso sono molto più corti di quelli di 22 anni fa e questo mi sembrava, moderna aruspice (tanto per restare nel classico), un ottimo auspicio.
Provo ad indossare il primo scarpone e riprovo una vecchia sensazione, tipo la madeleine di proust, per andare un pochino solo più avanti con la classicità. Il tipico sentore di circolazione che si blocca nel punto tra appena sotto il ginocchio e la metà del polpaccio e le dita del piede che si rattrappiscono. Ok, mi dia un numero più grande.
Intanto il nano si barda e, stupidamente, si toglie i guanti. Cade nella neve, gli si gelano le mani e dichiara indispettito: “io credevo che sciare fosse un sogno! Invece sciare è un incubo!” (anche lui ha predisposizioni verso il tragico, quasi quanto i nostri avi greci)
Superato anche questo impasse, ci rechiamo all’appuntamento con il maestro alan. Il maestro alan, a vederlo, più che un maestro di sci, sembra un maestro di salsa. Più che bresciano sembra cubano. Olè. Un altro ottimo auspicio. Anche se il maestro alan è destinato ai nani e non a me.
Si prende quindi  i nani e comincia a fare il suo lavoro.
Io comincio col mio, cioè devo provare ad indossare gli sci.
Dopo un po’ di tribolo, una specie di paolobelli locale che supervisiona il tapis roulant, chiamandomi con l’appellativo “signora” (cosa che già mi muove il sistema nervoso), si offre di aiutarmi. Sorvolo sul signora e gli permetto di agganciarmi gli scarponi agli sci, spiegandogli che sono più di 20 anni che non scio e bla bla bla.
Salgo sul tapis roulant e scendo.
Salgo e scendo.
Salgo e scendo.
E penso, tra me e me, che lo sci è proprio uno sport divertente, che è proprio come andare in bicicletta e che sono proprio portata.
Dopo un altro tapis roulant e una discesa fatta in grande scioltezza, prendo la decisione di avventurarmi sulla seggiovia, per poi scendere lungo la pista rossa.
Chiedo consiglio al mio amico eliarossi, il quale, in soldoni, mi dice di fare un po’ come cazzo mi pare, ma che comunque lui sarebbe venuto con me, malgrado il suo mal di schiena.
Ci avviamo alla seggiovia incrociando il maestro alan che ci guarda un po’ stupito e chiede ad eliarossi se è proprio sicuro di farmi fare la seggiovia. Non lo guardo neanche, sprezzante (inserire qui un lieve sentore di hybris) e salgo sulla seggiovia.
Mano a mano che si avvicina alla meta, mi assale il leggerissimo dubbio di non sapere scendere al momento giusto. eliarossi mi rassicura, ma io ci vedo giusto. e perdo il momento giusto. quindi sto quasi per fare il giro di seggiovia verso la discesa quando un’ altra specie di paolobelli bresciano ferma tutto l’ambaradan e mi dice di scendere subito. Guardo sotto di me e ci sono almeno due metri, che mi sembrano l’abisso. Il primo degli abissi della giornata, aggiungo ora, a posteriori. Il poveretto allora si fa carico (non solo metaforicamente) della situazione e mi sbaracca di peso  giù dalla seggiovia.
Ok. sono pronta.
Guardo a valle e mi chiedo se non ho per caso esagerato volendo provare la pista rossa.
La hybris pervade ogni cellula del mio corpo. Sento che gli dei stanno scrivendo un triste destino per la mia stirpe, il sangue del mio sangue.
Per fortuna eliarossi spezza tutto questo circolo vizioso di sensazioni epiche e si rende subito disponibile sciando all’indietro e spianandomi la strada.
Il mio spazzaneve, in un parola sola e povera ma molto evocativa, fa CAGARE e io, ben presto, capisco che è meglio togliermi gli scarponi e superare il muro di neve a piedi, con eliarossi che mi aspetta in fondo.
Sentendomi un misto tra walter bonatti, rutherford al polo sud e ambrogio fogart che forse è finito anche per mangiare il suo compare per sopravvivere,  mi avvio verso il piano.
Arrivo da eliarossi, sempre estremamente rassicurante, devo dire, e decido di riagganciare gli sci perché “la stradina” mi pare alla mia portata.
Peccato che “la stradina” sia inesorabilmente costeggiata da un lato dalla montagna e dall’altro dal gran burrone o forra spaccata o come cavolo volete, ma comunque un posto ben pericoloso in cui cascare con gli sci ai piedi. Parliamo di almeno un metro e mezzo di dislivello coperto di neve fresca, insomma.
Quindi ho un altro momento di sconforto da superare prima di ritrovare energie e coraggio per l’ultima parte della discesa.
Dove il nano, con faccia un po’ saccente mi chiede “ma come mai hanno fermato la seggiovia?!?” e dove il maestro alan, sempre rivolgendosi a eliarossi, dichiara che mi aveva vista scendere a piedi, ridendo.
Alzando gli occhi al cielo mi pare di vedere gli dei che ridacchiano sulla cima del monte adamello.
Per fortuna un buon menù dello sciatore (meritatissimo) da 5/6mila calorie (meritatissime) mi aspetta al rifugio.




permalink | inviato da billo il 28/1/2013 alle 16:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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